Giolitti, giovanni (1842–1928)

Politico italiano.

Lo statista Giovanni Giolitti incarnava l'Italia liberale, il suo progresso e il suo fallimento finale quando il fascismo salì al potere. Ha dominato due decenni di storia politica italiana al punto che gli storici parlano di "età giolittiana" (età di Giolitti). Lo statista piemontese ha lasciato un'immagine di sé piuttosto controversa che la recente storiografia ha rivisitato in una luce più favorevole.

Dopo gli studi in giurisprudenza, Giolitti iniziò la sua carriera prefettizia (servizio civile) nel 1862 e fu eletto deputato in parlamento nel 1882. Fu primo ministro nel 1892–1893 e fu ministro degli interni nel governo Giuseppe Zanardelli nel 1901–1902. Divenne di nuovo primo ministro nel 1903, incarico che manterrà, con solo poche brevi interruzioni, fino alla prima guerra mondiale. Tornò al potere nel contesto di una crisi politica e sociale del dopoguerra.

Giolitti ha incoraggiato la liberalizzazione della vita politica italiana. Ha lavorato duramente per consolidare le basi sociali dello stato unitario ampliando la partecipazione politica della nazione. Questo processo di modernizzazione politica sarebbe accompagnato da importanti trasformazioni economiche e sociali. Il decollo industriale dell'Italia è avvenuto nel 1900 e ha dato vita a una classe imprenditoriale borghese. Essendo pragmatico, non dogmatico, Giolitti voleva essere l'uomo del "bel mezzo". In diverse occasioni ha invitato i leader del Partito socialista a entrare nel governo. Allo stesso tempo, voleva incoraggiare i cattolici a partecipare alla vita politica della nazione, poiché erano rimasti marginali dal 1870 a causa del conflitto tra il Vaticano e lo Stato italiano. Pertanto il "Patto Gentiloni" fu approvato nel 1913, dopo che il conte Vincenzo Gentiloni, leader dell'Unione Elettorale, una lobby cattolica, propose un patto con i candidati moderati del partito di Giolitti, promettendo il sostegno dei voti cattolici a coloro che sostenevano i valori cristiani in la Camera dei Deputati (per quanto riguarda il divorzio, la famiglia, l'istruzione e altre questioni). Una nuova legge elettorale del 1912 stabilì un sistema di suffragio universale per i maschi dai ventuno anni in su (trent'anni per gli analfabeti). L'amministrazione conobbe una fortissima crescita sotto Giolitti, ampliando il ruolo dello Stato nella vita del Paese.

Il liberalismo di Giolitti ha trovato i suoi limiti con lo sviluppo dei movimenti sociali, in particolare nel sud Italia, dove ha giustificato la repressione poliziesca di scioperanti e manifestanti. Giolitti fu criticato anche da italiani di destra, nazionalisti, le cui organizzazioni e idee erano fiorenti all'inizio del secolo. Denunciarono l'Italietta di Giolitti, la mancanza dell'ideale di grandezza nazionale e la sua politica di "politico".

Anche la carriera di Giolitti è stata macchiata dalla corruzione. Il caso Banca Romana (in cui ha promosso il presunto direttore corrotto della banca al rango senatoriale) lo ha costretto a dimettersi dalla carica di primo ministro nel 1893, interrompendo la sua carriera. Ma a Giolitti veniva rimproverato soprattutto il "giolittismo", che consisteva nel governare con l'appoggio delle maggioranze parlamentari dove le differenze politiche e l'ideologia contavano meno delle clientele. Lo storico italiano Gaetano Salvemini stigmatizzò i metodi di governo di Giolitti, in particolare al sud, definendolo "ministro della malavita". Sebbene i suoi metodi di governo portassero stabilità politica, contribuirono anche a rinviare una profonda socialdemocratizzazione, le differenze tra i partiti si basavano più sulle rivalità di rete e della clientela piuttosto che su programmi o idee opposte.

L'impatto di Giolitti è stato importante anche in termini di politica estera. Rimase un partigiano della lealtà dell'Italia alla "Triplice" (alleanza con Germania e Austria-Ungheria), regolarmente riaffermata fino al 1912. Sotto la pressione di alcune istituzioni finanziarie, in particolare il Banco di Roma, un gruppo di cattolici moderati e nazionalisti italiani, decise —Con l'assenso del re, ma senza consultare il parlamento — per invadere la Libia, rendendola un possesso italiano con il Trattato di Losanna dell'ottobre 1912. La conquista della Libia ha innescato un'ondata di sentimenti nazionalisti e socialisti italiani divisi, alcuni dei quali erano sensibili a il tema nazionalista della "nazione proletaria" spinto a trovare nuovi territori in cui migrare. Giolitti si dimise nel marzo del 1914 e non riuscì a impedire la partecipazione dell'Italia alla prima guerra mondiale, quando si schierò con gli Alleati nel 1915.

L'ultimo mandato di Giolitti (giugno 1920-giugno 1921) è diventato uno dei periodi più discussi della sua carriera. Nonostante fosse fermo nell'affrontare la presa di Fiume da parte di Gabriele D'Annunzio e dei suoi legionari, cacciarli da Trieste nel dicembre 1920, lasciò che la crisi sociale e politica che attanagliò l'Italia dopo la guerra si aggravasse. Come avevano fatto altri politici del Partito Liberale, sottovalutò il pericolo fascista, sostenendo, ad esempio, il progetto di legge elettorale Acerbo quando era presidente della commissione parlamentare, che modificò la legge a favore del Partito fascista, trattando un colpo decisivo alla democrazia. Dopo la marcia fascista su Roma del 1922, Giolitti rimase in Parlamento, come parte dell'opposizione antifascista dopo il 1925, fino alla sua morte nel 1928.